L’Alta Corte ha delineato con maggiore precisione il confine tra i delitti di maltrattamenti contro familiari e conviventi e di atti persecutori. In particolare, la Corte ha affrontato il caso in cui comportamenti vessatori, originatisi da una precedente relazione affettiva, si verificano dopo la cessazione della convivenza. La sentenza riguarda un caso in cui un individuo ha perpetrato violenze fisiche e psicologiche nei confronti della sua ex-compagna, anche dopo la fine della loro convivenza nel maggio 2019.

I giudici di primo e secondo grado hanno qualificato tali comportamenti come maltrattamenti contro familiari o conviventi, riconoscendo la persistenza di una situazione di condivisa genitorialità nonostante la fine della convivenza. La Corte d’appello di Bologna, tuttavia, è stata impugnata dall’imputato che ha sollevato questioni sulla motivazione e l’omessa considerazione di elementi temporali.

La Corte di Cassazione, respingendo i motivi di ricorso, ha sollevato autonomamente una questione di diritto circa la corretta qualificazione giuridica delle azioni compiute dall’imputato dopo la cessazione della relazione. In particolare, la Corte si è interrogata sulla distinzione tra il reato di maltrattamenti e il delitto di atti persecutori aggravati in presenza di una situazione di condivisa genitorialità tra due individui che smettono di convivere.

La Corte ha sottolineato la complessità nell’operare una netta distinzione tra le due disposizioni legali, rilevando che le definizioni e le strutture dei reati sembrano sovrapporsi nel tempo. In questo contesto, la Corte di Cassazione ha enfatizzato l’importanza della sua funzione nomofilattica nel guidare l’interpretazione legale e consentire un corretto inquadramento giuridico di situazioni complesse.

Prima di analizzare le disposizioni specifiche degli articoli 572 e 612-bis del codice penale, la Corte ha richiamato i principi cardine dell’esegesi legale, sottolineando il ruolo fondamentale del divieto di analogia in malam partem e la natura tassativa delle fattispecie incriminatrici. La Corte ha anche citato una sentenza della Corte costituzionale che ha sottolineato l’importanza di evitare l’applicazione analogica delle norme penali.

Successivamente, la Corte di Cassazione ha esaminato in dettaglio le caratteristiche dei reati di maltrattamenti e atti persecutori aggravati. Per quanto riguarda i maltrattamenti, la Corte ha evidenziato la progressiva espansione della protezione legale a individui coinvolti in relazioni affettive, comprese le convivenze non formalizzate dal matrimonio. Ha sottolineato la flessibilità del concetto di convivenza, che può persistere nonostante interruzioni o sospensioni.

Per quanto riguarda gli atti persecutori aggravati, la Corte ha notato la loro origine distinta dai maltrattamenti, con la necessità di una “relazione affettiva” presente o passata. Ha sottolineato come modifiche legislative abbiano esteso la portata soggettiva di questa disposizione ad ogni tipo di rapporto affettivo.

Infine, la Corte di Cassazione ha stabilito la linea di demarcazione tra i due reati nella cessazione effettiva della convivenza. Ha sottolineato la necessità per il giudice di valutare attentamente la presenza di una convivenza effettiva tra le parti coinvolte, distinguendo tra “convivenza” e “relazione affettiva”. Solo in presenza di una convivenza effettiva potrebbe essere integrato il reato di maltrattamenti.

La sentenza impugnata è stata annullata nella parte relativa alla qualificazione giuridica delle azioni compiute dall’imputato dopo il maggio 2019, e la causa è stata rinviata ad un’altra sezione della Corte di appello di Bologna per un nuovo giudizio.